La domenica siamo giunti al convegno giusto in tempo per il pranzo (“meglio fare una colazione abbondante, il pranzo lo perdiamo di sicuro!”) e ho dormicchiato quasi ininterrottamente, nonostante gli articoli interessanti. Per l’ultima sera ci siamo concessi una visita a Shibuya, che é di una vitalità impressionante. L’incrocio principale é tipo Times Square, ma essendo giapponese é ancora meno morigerato. Per la cena abbiamo ancora una volta seguito l’antica regola, finendo tuttavia in ristoranti molto interessanti ma pienissimi. Dopo un po’ di vagabondaggio siamo fini in un posto chiamato qualcosa jr. In questo si ordinava da un touchscreen senza fili, e si vendeva tutto a ¥270 più IVA, che sarebbero circa €2,5. Quello che non avevamo capito era lo scarso ammontare delle porzioni, per cui abbiamo aspettato un’oretta buona ricevendo solo delle specie di fagioli salati da sgusciar coi denti e ridicoli quantitativi di quanto avevamo ordinato, che abbiamo interpretato come stuzzichini in attesa del cibo vero. Avendo finalmente compreso, ci siamo messi a ordinare come matti, ammassando un totale non indifferente. Ad ogni modo l’idea del touchscreen é geniale: mai più sbracciarsi per farsi veder dal cameriere!
Usciti a dieci minuti dalla mezzanotte in stato di sobrietà scarsa, ci siamo avveduti di un assottigliarsi nella folla previamente impenetrabile, dal quale abbiamo argutamente dedotto l’imminente chiusura della metro. Nonostante i nostri tentativi di corsa, non abbiamo trovato la Ginza in tempo, e non avevamo notato che la Hanzomon, che avevamo sotto il naso, portava a casa benissimo. Mentre cercavamo di attirare le attenzioni di un magnanimo taxista ci sono state più volte propinate le attenzioni di altrettanto magnanime ragazze (“Japanese girls! You can talk and drink and eat with a japanese girl of tour living!”), ma gli abbiamo cortesemente riso dietro, ammirando invece le moto e bici customizzate, gli ombrelli a katana nei negozi e le magliette con la bandiera di One Piece.
Giungiamo ora alla parte problematica del viaggio. Mio papà, convintissimo di aver il volo di ritorno (su Roma) verso le 5 del pomeriggio, non ha messo la sveglia, lasciando invece le pesanti tende tirate. Svegliatici alle 11 e mezza, abbiamo iniziato a reimballare la roba con una cera celerità, non intendendo pagar alcun sovrapprezzo all’albergo. Nel frattempo mio papà si é accorto di non aver il biglietto elettronico di ritorno. Dato che si trattava dello stesso dell’andata l’ho prontamente rinvenuto, realizzando così il nostro drammatico errore. Il volo non era affatto alle 5 p.m., ma all’una! Trovandosi Narita, l’aeroporto internazionale di Tokyo, a una settantina di chilometri di distanza, le speranze di giungere in tempo erano minime, ma ci siamo comunque fondati là, sperando che l’Alitalia ci infilasse per lo meno sul prossimo volo. Sospettando che non facessero più di un volo al giorno, speravamo addirittura che ci avrebbero potuto convertire il biglietto con un posto su un altro volo per l’Europa, di una qualunque compagnia Skyteam. Già sullo stilosissimo treno espresso però, abbiamo notato che non erano previste partenze per il vecchio mondo quel pomeriggio. Ahimé, al nostro arrivo ai banchi Alitalia non c’era proprio nessuno. Trovata una postazione computer abbiamo telefonato al centro assistenza, dove ci hanno informati che il nostro biglietto, come sostenevo da ore, era ormai carta straccia, e che un biglietto di sola andata per Roma l’indomani ci sarebbe costato molto più che l’andata e ritorno che avevamo previamente acquistato.
Individuato istantaneamente (buon vecchio expedia) un volo British Airways che costava meno della metà, ma che volava su Heatrow, ci siamo riorganizzati alla bell’e meglio. Localizzato un albergo in zona e dotato di servizio navetta per l’aeroporto, abbiamo però constato che per rientrare direttamente in Inghilterra mi mancava una cosa fondamentale: le chiavi di casa! Abbiamo chiamato mia mamma con Skype quando in Italia non erano neanche le 8 e l’abbiamo spedita al più vicino centro DHL, perché le chiavi fossero inviate prima della partenza del convoglio delle 9.
Ce ne siamo poi andati in albergo (mancando 3 volte il piano di partenza della navetta), dove ci siamo rinfrancati con un ultimo pasto nipponico. Svegliandoci con discreto anticipo ci siamo ulteriormente rimpinzati di pancetta prima dell’imbarco.
Il volo di ritorno non è stato altrettanto spazioso di quello d’andata. Era un buon vecchio 747 con le file centrali da 4. Sembrerebbe che dagli anni ’90 li abbiamo cambiati almeno un po’, in quanto mi ci stavano le gambe e c’erano addirittura gli schermi del sistema di intrattenimento, che tuttavia si é rifiutato di avviarsi per buona parte del viaggio.
Giunti nel nuovissimo terminal 5, ci siamo salutati. Recuperata la mia valigetta stracolma di vestiti, mi sono diretto verso King’s Cross, sparandomi tutta la Piccadilly Line in un atto di tirchieria residua, mentre mio papà ha proseguito per Linate.
Credo che la metro di Londra sia molto più stretta di quella di Tokyo, ma di sicuro é altrettanto facile da usare. Nel giro di 20 minuti dal mio arrivo a King’s Cross ero più leggero di £120, ma dotato di biglietto per il treno e di un paninazzo. Non sapevo ancora, però, se le mie chiavi erano arrivate o se dovevo piazzarmi sotto il Millennium Bridge per la nottata. Avendo notato, non con scarso dispiacere, che il mistico wifi gratis della Eascoast è stato trasformato in 15 minuti per tutti e illimitato per la prima classe, mi sono affrettato a controllare lo stato della spedizione. Consegnato! Ma segnato a Leeds e firmato da un certo Kennedy. Ma mi é anche arrivato un messaggio delle vicine, che erano a casa e pronte ad aprirmi alla bisogna.
Giunto verso le 7 mi sono trascinato il trolley fino al buon vecchio Alcuin College, dove ho recuperato le chiavi intrufolandomi fra la folla del Pillage the Village. Me ne sono poi andato a casa, accolto dalle vicine piazzate davanti alla tele, che sembrano aver apprezzato il schochu, anche se non l’hanno ancora aperto.

Ombrello-katana, Shibuya, Tokyo